Sailorado

16/06/2008

L’osmosi, non fa più paura

Sino dagli anni ’50 costruire una barca richiedeva il lavoro, a volte di anni, di maestri d’ascia e manodopera specializzata. Il prodotto finito era un capolavoro, costoso e riservato a pochi. Poi qualcosa è cambiato: con l’arrivo dei favolosi anni 60, insieme ai Beatles, i movimenti studenteschi e… la plastica. Molti oggetti potevano essere clonati e disponibili sul mercato a basso prezzo, anche le barche. Però le decantate virtù di immortalità e manutenzione zero della vetroresina si sono rivelate promesse vane. Anzi, la miriade di bollicine d’aria che restano intrappolate durante la stratificazione dello scafo sono una delle principali cause dell’osmosi.

 

Cos’è l’osmosi
Temuta peggio della peste, l’osmosi e il fenomeno degenerativo della vetroresina, lento ma inesorabile che solo se preso in tempo è possibile arginare. Cos’è esattamente l’osmosi, come si sviluppa, come si riconosce, come si previene e cura? Per capire il fenomeno bisogna iniziare dalla genesi produttiva, cioè dalla nascita della barca in cantiere.

Per semplificazione, si può dire che la costruzione classica di uno scafo in vetroresina è fatta sovapponendo strati di tessuto di vetro (di trama e densità diverse a seconda della loro posizione) su uno stampo. Ogni strato è impregnato di resina poliestere a cui è stato aggiunto del catalizzatore per farla indurire. Spesso, durante questa operazione, delle piccole bolle d’aria rimangono imprigionate tra le fibre e al loro interno possono trovarsi resina o catalizzatore che non hanno reagito chimicamente oppure altre impurità. Tra queste per esempio, i collanti usati per tenere unite le fibre di lana di vetro di alcune tessiture e che dovrebbero dissolversi a contatto con la resina catalizzata. La grandezza, la quantità di bolle e di residui dipendono dalla qualità delle materie prime, dalla temperatura e umidità dell’ambiente durante la costruzione e dalla precisione dell’operatore.

Esternamente lo scafo ultimato è rifinito da uno strato di gelcoat (anch’esso a base di poliestere) colorato con pigmenti che contrariamente a quanto si possa pensare non è impermeabile. Infatti con il tempo il gelcoat diventa poroso e lascia passare umidità proporzionalmente alla sua qualità, alla quantità di pigmenti e alla loro colorazione (più sono scuri, maggiore è la porosità che si otterrà). L’acqua scioglie le sotanze solubili intrappolate nelle bolle formando un liquido acido.

Al verificarsi di queste condizioni, la barca sarà incline al fenomeno dell’osmosi, cioè al passaggio attraverso una membrana porosa di un fluido di bassa densità verso un fluido di densità maggiore nel tentativo naturale di equilibrare le due diverse densità. Nel caso delle imbarcazioni l’acqua in cui galleggia lo scafo passa attraverso il gelcoat (membrana porosa) per cercare di diluire il liquido più denso e l’acido contenuto nelle bolle. L’acqua assorbita le gonfia rendendo visibili le bolle con lo sgomento dell’armatore.

I segni di osmosi di tipo superficiale, i più comuni, sono le bolle presenti nella zona compresa tra il gelcoat e lo strato di laminato immediatamente sottostante. Concentrate sull’opera viva, hanno forma a cupola e dimensione variabile, da meno di un millimetro a un centimetro e mezzo. A volte si presentano allineate in file parallele, formano eruzioni locali e, se perforate, secernono un liquido scuro dall’odore simile all’aceto. Dilatandosi posso microfratturare il gelcoat facendo fuoriuscire il liquido e sparire alla vista. Questo tipo di osmosi, se trattata prima che l’umidità o gli acidi attacchino e indeboliscano gli strati interni, non provoca danni strutturali.

Più gravi, sebbene rare, le bolle osmotiche profonde nel laminato. In questo casi i rigonfiamenti possono arrivare ad avere alcuni centimetri di diametro prima di essere notati e la pressione all’interno può nel frattempo aver già causato delaminazione. L’osmosi può anche presentarsi all’interno dello scafo, sopra la linea di galleggiamento e persino con la barca in secco. In questo caso la causa è l’acqua piovana o di condensa che ristagna per lungo tempo nelle sentine, in coperta, sotto i serbatoi dell’acqua (soprattutto quelli morbidi) e all’interno dei quelli in vetroresina. Anche l’invaso foderato di moquette perennemente umida può essere una minaccia o le zone scoperte in cui l’acqua può infiltrarsi per capillarità attraverso le fibre di vetro (per esempio attraverso i margini esposti dei fori per i passascafi). Ma ci vuole tempo prima che il danno diventi serio e strutturale. Quindi i controlli accurati annuali sono importanti e ai primi segni di bolle è necessario verificare immediatamente se si tratta di osmosi e in tal caso intervenire immediatamente.

 

Quali barche sono sono a rischio.
Il 30% circa delle barche presenta bolle osmotiche. Un fenomeno largamente diffuso nelle acque tropicali e nel bacino mediterraneo perchè accelerato dal caldo che ammorbidisce il gelcoat, ne aumenta la permeabilità, rende l’acqua più fluida e favorisce le reazioni chimiche.
Una volta riscontrate le bolle avremo la conferma che è osmosi misurando il tasso di umidità sulla carena con un apposito strumento. Su uno scafo sano i valori misurati sull’opera viva e sull’opera morta dovrebbero essere identici. Dopo gli accertamenti, si tratta di entrare in azione e programmare i lavori. Il trattamento deve essere fatto seguendo rigorosamente le indicazioni riportate sui prodotti utilizzati. Vediamo i passi da seguire.

 

Resine, Diluenti & Co
consigli per l’uso

No a diluenti e solventi: durante la lavorazione si è tentati di diluire i prodotti per rendere più facile l’operazione di impregnare il tessuto o rendere più scorrevole il pennello. Ma una volta evaporati i solventi, lo spessore dello strato applicato e la protezione finale risultano inferiori. Inoltre diluenti e solventi lasciano residui e impurità all’interno e sulle superifici, favorendo così nuovamente l’osmosi. Anche la resina epossidica scelta per il trattamento dovrà essere priva di solventi.

Quali resine: trent’anni di ricerca chimica hanno rivelato che la resina poliestere a base di acido isoftalico tende a sviluppare bolle meno frequentemente della resina poliestere a base di acido ortoftalmico. Una protezione superiore la offre la resina glicol-neopentil-isoftalica o la resina difenolica.

A proposito di Mat: le emulsioni collanti per le fibre di vetro del Mat a base di acetato di polivinile sono inclini a sviluppare più bolle di quelle che usano collanti in polvere di poliestere

Fatelo con delicatezza: il gelcoat mescolato troppo energicamente ingloba bollicine d’aria, lo stesso quando si aggiunge il catalizzatore alla resina

Dolce o salata: l’acqua dolce, meno densa e più fluida, penetra meglio nel gelcoat accelerando il processo osmotico.

Pulire & Asciugare
Pulire le sentine e asciugarle accuratamente, svuotare i serbatoi, smontare i passascafi, liberare la superficie da trattare sino a 20 centimetri sopra la linea di galleggiamento. Se l’osmosi è presente anche sul ponte, togliere tutte le varie attrezzature di coperta. Questo consentirà di effettuare un lavoro approfondito e una mappatura dell’umidità senza interferenze (per esempio la presenza di acqua falsifica le letture dello strumento).

 

Rimuovere il gelcoat
La sabbiatura è il metodo migliore per togliere il gelcoat e anche le bolle, il tessuto marcio e una parte di umidità. In alternativa si può usare una carteggiatrice a nastro con carta da ’40’ o una moletta. Le bolle devono essere aperte e lo scafo messo a nudo per eliminare le sostanze nocive e l’acqua assorbita osmoticamente. Nel caso di sabbiatura si asportano grandi parti di tessuto: controllare che l’appoggio dello scafo sull’invaso sia ben distribuito.

 

Lavaggio
Risciacquare ripetutamente lo scafo, almeno ogni due settimane, possibilmente con acqua dolce tiepida per rimuovere gli acidi e le impurità. E’ il solo modo per eliminare il rischio di innescare di nuovo l’osmosi: i risciacqui non influiscono negativamente sulla fase successiva.

 

Asciugatura
La fase dell’asciugatura o maturazione è necessaria affinchè l’opera viva ritrovi il tasso di umidità naturale uguale a quello sopra la linea di galleggiamento. Si lascia asciugare lo scafo naturalmente o forzatamente. Il tempo necessario varia dal tasso di umidità da rimuovere e dalle condizioni ambientali: un minimo di 3 mesi in un clima secco o al coperto di un capannone o gonna in plastica, si riducono ad alcune settimane se aiutati da deumidificatori e pannelli riscaldanti. Nell’attesa il vostro miglior consulente sarà lo strumento che misura il tasso di umidità. Con un pennarello indelebile le letture fatte saranno marcate e datate sullo scafo sin dall’inizio, in attesa che i valori assumano carattere di normalità e consentano di passare alla fase successiva.

 

Ristratificazione

Qualora siano state asportate ampie zone con la sabbiatura, la struttura va ricostruita. Si resinereranno strati di lana di vetro di dimensioni a scalare in modo che i lembi riempiano i margini degradanti degli avvallamenti sino a ritrovare lo spessore originale. E’ un’operazione che varia in complessità in base all’estensione della superficie da trattare ma possibile anche in caso di asportazione totale di parte della carena.

 

Stuccatura
Uno scafo ben levigato è bello ma richiede pazienza. Riempire e carteggiare sarà noioso, ripetitivo e a volte impegnativo ma l’estetica e il valore della barca dipenderanno da questa fase. Va fatta con stucco della stessa casa produttrice dei prodotti scelti per gli interventi precedenti e miscelato secondo il caso ad additivi per variare la consistenza e adattarsi a profondità e posizioni diverse dei vuoti.

 

Carteggiare
Le asperità vanno carteggiate fino ad avere una superficie continua. Se si trovano degli avvallamenti, si ripassa al punto precedente.

 

Sciacquare & Asciugare
L’ultima fase di pulitura per eliminare definitivamente le tracce di polvere e residui chimici.

 

Verniciatura
Il passaggio finale consiste nella verniciatura. Lo scafo è pronto per essere sottoposto a mani di protezione in numero, spessore, tempi e condizioni ambientali variabili dipendentemente dalle specifiche indicate sulle confezioni di Primer e antivegetativa prescelti. Generalmente si tratta di due-tre strati applicati a brevi intervalli (entro le 12 ore) e con temperatura compresa tra 15 e 25 gradi con umidità ambientale al 70% In alcuni casi tra le mani è necessario carteggiare ulteriormente.

 

Sicurezza e continuità

Considerare sempre che i prodotti usati sono tossici e quindi bisogna proteggersi da vapori e polveri sottili: attrezzatura specifica per prodotti epossidici, guanti usa e getta, tuta a maniche lunghe, maschere con filtri adatti integrano la lista degli indispensabili. Se il lavoro viene esguito a regola d’arte l’osmosi allo scafo per alcuni anni non sarà una preoccupazione ma sarà opportuno continuare a prenderesene cura prestando attenzione a graffi, scalfitture, vie d’acqua, sentine: per evitare che il lavoro svolto finisca… in una bolla!

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